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COMMENTI LIBERI
Autore Padrone?
Vi riportiamo una discussione a più voci avvenuta in lista tempo fa sui rispettivi ruoli dell'autore e del lettore.
Tutto parte da un post nel blog personale di Tito Faraci sulla condizione dell'autore:
C'è un errore in cui è facile cadere, per tutti noi. Ma non per questo è meno grave.
L'errore è valutare una storia in base alla differenza fra come l'avremmo fatta noi e come, invece, l'ha condotta in porto l'autore.
"No, non va bene," borbottiamo, per esempio, "perché io ci avrei messo un altro finale!"
Ma questo non ha senso, ovviamente. E all'autore non deve importare un giudizio del genere.
Un autore non propone una storia. La impone.
...e da qui si discute:
Parte I
Il punto di vista del lettore di Nonethousand aka Gino
Ricordo che, in un'intervista, Terry Pratchett ironizzasse sul fatto che molti suoi lettori non davano peso ai suoi commenti su questo o quel personaggio della sua serie di Romanzi di Mondo Disco e preferivano credere alle loro teorie bizzarre, liquidandolo in quanto lui era "solo l'autore"...
Ma da lettore, non è normale fantasticare sull'universo che ci viene descritto dall'autore? Non è facile cadere nel tranello che lui è "solo l'autore", mentre noi, che nel suo mondo ci abbiamo vissuto, SAPPIAMO realmente come sono andate le cose?
Quando leggete, per voi l'autore propone o l'autore impone?
Il piccolo Tiranno di Vincenzo Beretta
Premetto che quanto segue è solo un parere personale: io credo che una storia, alla fine, acquisisca una vita indipendente dall'autore.
Per un certo periodo, durante il processo di creazione, l'autore è libero di fantasticare, inventare personaggi e situazioni e, in generale, di creare il piccolo mondo in cui la storia si svolgerà.
Ma, inevitabilmente, viene il momento in cui è la storia che inizia a dettare le proprie esigenze. Questo, in genere, succede una volta che alcuni elementi, come un certo asse morale attraverso cui la storia si sviluppa o la definizione dei temi portati dai vari personaggi, iniziano a definirsi con chiarezza.
Quando questo momento arriva, l'autore cessa di essere il puro creatore della storia, e ne diventa, in un certo senso, responsabile. Responsabile che la storia si sviluppi coerentemente in base ai temi in essa emersi, e che le conseguenti esigenze siano soddisfatte.
Ciò significa anche che l'autore inizia un po' a essere servo del racconto, che diventa a sua volta una sorta di piccolo tiranno.
Per fare un esempio, immaginiamo che nel racconto abbiamo creato due personaggi che portano nella storia il tema della gelosia.
A questo punto vi sono varie soluzioni: se tale tema è esposto in modo ripetitivo, probabilmente uno dei due personaggi dovrà essere eliminato.
Oppure potremo elaborare il loro percorso nel racconto in modo che tale tema sia presentato in modo contrastante, e ogni personaggio diventi un contrappunto che sottolinea ancora di più certe qualità/difetti dell'altro.
Prima o poi, però, dovremo chiederci come il tutto si riflette nell'equilibrio della storia, e talvolta sarà il racconto stesso a imporci una delle due soluzioni, che ci piaccia o meno.
Questa, incidentalmente, è la ragione per cui molte persone sono in grado di iniziare e sviluppare una storia, ma poche di finirla.
E con finirla non intendo strettamente scriverne il finale (che a volte è una delle prime cose che vengono pensate), ma, magari, di arrivarci con uno sviluppo logico e interessante dati i presupposti di partenza.
Ho sempre sentito tutto ciò come qualcosa di poco diverso dal crescere un figlio: in entrambi i casi, il risultato finale sarà una creazione che poi si farà strada nel mondo per conto proprio.
Infatti le storie che ci piacciono - e questa penso che sia un'esperienza che abbiamo fatto tutti - diventano nostre, non dell'autore (che pure ammiriamo).
Un autore che scrive per sé, e non per il proprio racconto, probabilmente finirà con il diventare un autore che va in giro a spiegare perché per lui il racconto è stato bello.
Il che è un'attività legittima per il proprio diario, ma non per qualcosa che dovrà vivere nel mondo di vita propria.
Parte II
Il parere di un autore non professionista di Antonio Scaglioni
Questa è davvero una bella domanda e trovare una risposta su cui tutti siano d'accordo, è difficilissimo, se non impossibile.
Io rispondo in base a quelle che sono le mie esperienze, purtroppo limitate, di autore (non di fumetti, ma di un paio di romanzi, pubblicati su un sito dedicato a Xena).
Nel seguire la serie televisiva, ormai diversi anni fa, mi venne improvvisamente voglia di scrivere qualcosa di mio che esprimesse meglio anche a me stesso quello che provavo verso quei personaggi. Fino ad allora, i miei tentativi di scrivere qualcosa che assomigliasse a una storia erano stati quasi tutti abortiti, perché spentisi i primi entusiasmi, mi rendevo conto che non riuscivo a trovare sbocchi alle vicende, e quindi finivo per scoraggiarmi e abbandonare tutto.
Quella volta invece, mi sentivo posseduto da una nuova determinazione e sentivo che avrei portato a termine il compito che mi ero prefisso. Per non correre il rischio di infondere tutte le energie in una storia che poi come le altre magari non avrei saputo come continuare, prima di iniziare decisi di buttare giù una breve sinossi di quello che pensavo sarebbe dovuto accadere.
"Pensavo", appunto, perché poi man mano che mi inoltravo nella vicenda, mi rendevo conto che quello che avevo progettato il più delle volte non avrebbe funzionato, dato che quelli che credevo fossero miei personaggi (anche se il romanzo si basava sulle protagoniste della serie tv, gli altri personaggi erano tutti nuovi) sembravano d'improvviso dotati di una propria volontà e prendevano letteralmente il sopravvento.
Era una cosa che avevo sentito dire da ben altri scrittori, ma non ci avevo mai creduto davvero.
In quel momento mi resi conto che invece era tutto vero, e dopo aver tentato inutilmente un paio di volte di far andare la storia nella direzione che avevo previsto (e aver strappato e gettato via un sacco di fogli) mi arresi e gettai invece via la sinossi, lasciando che fossero i personaggi stessi a "suggerirmi" volta per volta quello che avrebbero detto o avrebbero fatto, secondo i caratteri che gli avevo dato. O forse, cominciavo a chiedermi, anche questa era solo un'illusione, e quei personaggi esistevano già da qualche parte e aspettavano solo qualcuno che li "sentisse" e desse loro una dimensione concreta? Ci tornerò su dopo.
Comunque sia, in qualche modo, che ancora adesso considero con stupore, la storia arrivò con naturalezza a una conclusione, e mi trovai a tenere tra le mani per la prima volta un romanzo a cui ero finalmente riuscito a mettere la parola fine.
Un paio d'anni dopo, quei personaggi bussarono ancora alla mia porta, e io questa volta non provai nemmeno (forse non ci sarei neanche riuscito) a progettare una nuova sinossi, e mi misi al lavoro direttamente su quella che sarebbe stata la versione definitiva del seguito del romanzo precedente.
Anche stavolta chiusi tutti i cerchi che erano rimasti, forse inconsciamente e forse no, aperti nel primo romanzo.
Da allora, quella sorta di ispirazione si è come spenta. Ho provato a pensare a qualche nuova storia, ho anche provato a iniziarne un paio, ma semplicemente non funziona più.
Per tirare le somme di questo lungo discorso e rispondere alla domanda, quello che intendo dire è che gli autori non possono imporre nulla perché non sono i "veri proprietari" dei personaggi o delle storie che scrivono, più di quanto lo siano coloro che le leggono.
Tutti, quando scriviamo o leggiamo, ci abbeveriamo alla stessa fonte: un'invisibile dimensione (o magari tante invisibili dimensioni) e ad alcuni capita solo la fortuna di ricevere il dono, a volte momentaneo, di riuscire a "connettersi", come delle radio o delle tv, ritrasmettendo quel "segnale" e rendendolo fruibile a tutti.
Parte III
Il personaggio fa, il lettore osserva di Fabiano Ambu
Io penso che non sia una proposta né un'imposizione.
L'autore scrive una storia, io la fruisco.
Mi capita spesso di innamorarmi di un personaggio, magari aver voglia di vederlo vivo oltre quella storia, ma aimè non è possibile.
Come del resto non è possibile essere immortali.
Quanto mi piacerebbe vedere ancora Marty Mc Fly alle prese con la DeLorean o Indiana Jones che ancora giovane va alla ricerca della fonte della giovinezza ad Arcore, oppure Corto Maltese che riprende i suoi viaggi guidato dallo spirito di Hugo Pratt.
Non è possibile, ma ringrazio che quei personaggi esistano e che qualcuno me gli abbia "imposti", scommettendo contro le mode e i gusti del momento in cui sono stati creati, malgrado qualcuno affermasse che non sarebbero mai piaciuti al pubblico (c'è sempre un menagramo che afferma questo).
Rassegniamoci a vivere i nostri amati beniamini a fumetti da osservatori, perché solo se liberi di vivere a modo loro riusciranno ancora a entusiasmarci.
Il lettore vede e rilancia di Nonethousand aka Gino
Le risposte di Vincenzo, Antonio e Fabiano sono più che giuste e condivisibile e mi portano alla considerazione successiva: se per certi racconti (siano essi solo testo, o testo e disegni... o anche testo e immagini) noi non ci lamentiamo e non invochiamo l'errore dell'autore quando siamo "in sintonia" con lui... quando cioè, partendo dalle premesse impostate dal processo di creazione (cfr. Vincenzo), arriviamo alle stesse conclusioni dell'autore ("principio d'uguaglianza" invocato da Antonio) e quindi mi posso godere la storia raccontata senza sentire il bisogno di inventarmene una mia parallela come dice Fabiano.
Quindi il mugugno non è altro che il campanello d'allarme che segnala la biforcazione tra le conseguenze immaginate dall'autore e quelle del lettore...
A questo punto sorge la domanda: lo sviluppo delle premesse deve essere univoco, oppure è giusto che per ogni storia ci siano lettori scontenti che pensano che l'autore abbia sbagliato?
Libertà di creare di Fabiano Ambu
Il mugugno non è un campanello d'allarme è solo l'espressione del gusto del lettore ed è lecito.
È più facile leggere i mugugni che le lodi in Internet: sono quelle che ti colpiscono di più.
Le scelte di un autore non sono errori, semplicemente sono parte delle sue esperienze e del momento che attraversa.
Può avere cadute di tono, momenti di stanca, ma non sono errori semplicemente è la vita e in questo caso il mugugno può attivare dei dubbi ma di sicuro non risolve i problemi dell'autore.
Poi magari certe scelte che scontentano un gruppo di lettori ne accontentano un altro. Forse l'autore ha l'esigenza di rinnovarsi mentre il lettore è molto abitudinario ma è proprio dai cambiamenti che sono nati capolavori come Watchmen o The Dark Knight, da questo coraggio di spingersi oltre, a volte rischiando di deludere il lettore.
È vero che una volta che l'autore crea una storia ne perde il possesso consegnandola al lettore che la sente sua, ma il lettore è un osservatore non può intervenire attivamente sulla storia.
In pratica si fa una scelta o si è attori o spettatori.
Il mugugno è sempre esistito, solo che ora ha voce grazie al web, spero e confido che non possa influenzare l'autore, perché la forza delle storie che noi fruiamo arrivano proprio dalla libertà creativa.
Parte IV
Di congiuntivi e nocche bianche di Vincenzo Beretta
Gino affermava: "in pratica quindi, il mugugno non è altro che il campanello d'allarme che segnala la biforcazione tra le conseguenze immaginate dall'autore e quelle del lettore..."
C'è un errore di fondo: l'idea che il lettore (o più in generale il fruitore della storia) abbia delle aspettative. Certo, un'aspettativa può esserci e può essere delusa, ma si tratta di qualcosa che avviene a priori, e nella maggior parte dei casi legato al genere della storia o a quello che ci aspettiamo che racconti.
Se si va a vedere "La Sottile Linea Rossa" aspettandosi "Salvate il Soldato Ryan" nel Pacifico si resterà di certo delusi. Ciò non toglie che "La Sottile Linea Rossa", inteso come meditazione sulla condizione naturale che parte dalla guerra e va oltre la guerra, è un film incredibilmente bello.
Ma, una volta che si accetta la natura della storia per quella che é, allora difficilmente il lettore ha un'aspettativa diversa dal sentirsi raccontare qualcosa di "interessante": ovvero che lo emozioni, lo coinvolga, lo faccia pensare, e alla fine gli lasci qualcosa dentro (non necessariamente tutte queste cose insieme!) .
Anzi, in molte storie il sapere "come andrà a finire!" è proprio il motore che ci fa girare una pagina dietro l'altra.
Una volta di più, penso che se la risposta finale alla fine si rivela soddisfacente o no è un fatto che dipende unicamente dalla storia. Non credo che esistano finali "giusti" in assoluto, ma credo che esistano finali migliori di altri data una certa storia in particolare. E, anche qui, non è facile trovarli, poiché una storia interessante spesso implica una ricerca da parte dello sceneggiatore in territori che talvolta sono a lui per primo sconosciuti.
Robert McKee, che è un teorico americano che io ammiro molto, ironizza spesso sulle storie con "tutti i congiuntivi giusti". Con questa espressione McKee intende, a livello più superficiale, che una storia scritta in italiano (o, per lui, inglese) corretto, con dialoghi che scorrono, un inizio, un mezzo e una fine, venderà.
"Ma" aggiunge McKee, "quando il mio lavoro era leggere sceneggiature per le major, fuori dalla mia porta c'era un cartello che diceva 'Dipartimento Storie, non 'Dipartimento Congiuntivi'. Dammi un racconto che mi tiene incollato dalla prima pagina all'ultima, con uno sviluppo articolato su situazioni drammatiche da nocche bianche, personaggi sviscerati nel loro intimo, e un finale che mi fa saltare in aria, e stai tranquillo che i congiuntivi te li metto a posto io". (*)
Tutto ciò può sembrare blasfemo, soprattutto agli insegnanti di Italiano… Ma la maledizione dei "congiuntivi giusti" è una vera piaga: ciò che McKee intende realmente dire, infatti, è che è estremamente facile scrivere una storia con "tutti i congiuntivi narrativi giusti" nonché spacciarla per un buon lavoro: l'eroe affronta un nemico, viene sconfitto, cade in depressione, trova una donna che lo capisce, il nemico gli rapisce la donna, grazie anche agli insegnamenti di lei l'eroe reagisce, scontro con il nemico (con la donna legata che assiste impotente), happy ending.
Ecco una storia con tutti i congiuntivi giusti - e che probabilmente venderà pure (all'editore - presso il pubblico è tutta un'altra faccenda; è per questo che poi gli autori devono spiegare di persona il "valore" di quello che hanno scritto...) (**)
Veniamo alla domanda di Gino: "lo sviluppo delle premesse deve essere univoco, oppure è giusto che per ogni storia ci siano lettori scontenti che pensano che l'autore abbia sbagliato? "
Su questo posso risponderti con un esempio che mi è molto caro.
Uno dei miei racconti preferiti in assoluto è "Un Caso Pietoso" ("A Painful Case") di James Joyce, contenuto in "Gente di Dublino". È un racconto molto breve, scritto con un'economia di parole e personaggi davvero rimarchevole.
Non racconterò la fine, ma, in sintesi, narra della relazione tra un uomo e una donna non più giovani, e delle sue conseguenze (***)
Quando portai "Gente di Dublino" all'esame di inglese all'università, e citai "Un caso Pietoso" come il mio racconto preferito, il professore si stupì.
"Ma lo sai", mi disse "che Joyce lo considerava il peggiore della raccolta? Arrivò quasi al punto di non includerlo".
Perché? Secondo Joyce, nel racconto non vi era "libero arbitrio". "Date le premesse", scrive Joyce, "e i caratteri dei due personaggi principali per come ci vengono presentati, lo svolgersi degli eventi procede meccanicamente, come un orologio. Il racconto non raggiunge una vera conclusione: quando gli eventi si sono dipanati fino all'inevitabile finale, esso si ferma".
Per fortuna non mi scappò detto in esame che Joyce non capiva quello che scriveva, ma, obiettai, la ragione per cui a Joyce non piaceva era esattamente la stessa per cui io lo trovavo un capolavoro. Certo, i personaggi non potevano esercitare il loro libero arbitrio, ma perché, perfino alla loro età, la vita li aveva portati a rimanere ignoranti su una certa serie di esperienze inerenti la vita stessa. Il protagonista, James, alla fine del racconto ha senza dubbio una migliore comprensione della vita, ma il prezzo da pagare è stato il "caso doloroso" che ha vissuto.
Forse egli, in futuro, potrà avvalersi di tale esperienza in altre vicende, e grazie a essa applicare il proprio libero arbitrio. Ma non in quella trascorsa: essa rimarrà per sempre un caso doloroso, monolitico e irrimediabile.
Un qualcosa che, personalmente, ho sempre sentito molto. "Se solo avessi saputo che..." Eppure è stato proprio il dolore di quella volta il prezzo da pagare per, ora, "sapere che..."
Quindi, eccoti un caso in cui un autore e un lettore divergono profondamente non solo sul valore di un'opera, ma sui principi stessi sui quali un'opera dovrebbe essere basata. Ma i difetti (secondo Joyce) del racconto non fanno altro che riflettere (secondo il sottoscritto) i difetti della condizione
umana, ed è per questo che io credo che il racconto sia così bello e riuscito. Dirò di più: per quanto mi riguarda è perfetto, e probabilmente è proprio l'impossibilità di uscire dalla sua perfetta gabbia narrativa che irritava un Joyce sempre in cerca della speranza e della crescita (non dimentichiamo come parte della sua poetica fosse imperniata sulla condanna della "paralisi" dello spirito dublinese).
D'altro canto, e con questo concludo, quando una storia ti sembra brutta, ha un finale brutto, e pensi che sia brutta, non farti ingannare: potrebbe essere proprio lei a essere brutta.
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(*) Il testo fondamentale di McKee è "Story" (portroppo, per quanto ne so, disponibile solo in inglese.
È molto complesso, ma anche divertentissimo, in quanto McKee smantella con un linguaggio al vetriolo tutte le facilonerie e gli angoli tagliati che da sempre funestano "lo scrivere!". Spike Jonze e Charlie Kaufman lo prendono (e si prendono) in giro in "Il Ladro di Orchidee", dove McKee stesso è interpretato da Brian Cox (un film che consiglio a chiunque voglia intraprendere la felice carriera di sceneggiatore).
(**) Ovviamente chi non conosce l'italiano avrà probabilmente meno strumenti per esprimere la sua meravigliosa storia. Vale però la pena di ricordare quanto ci rammenta Kubrick: "Il modo di esprimere qualcosa deve sempre seguire il contenuto, mai precederlo". Nel momento in cui il "come" ha la precedenza ci si ritrova a velocità-luce in uno di quei libri & autori "del momento".
(***) Per chi è curioso di leggerlo, questa è la versione inglese.
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