I neoconservatori statunitensi, gli stessi che benedicono pena di morte e guerre preventive e demonizzano omosessuali e diritto a non volere un figlio, hanno recentemente enfatizzato il fatto che nel loro Paese ci sono diverse super laureate ad Harvard e a Yale che hanno deciso di mettere in naftalina la loro sudata e costosa laurea per fare le casalinghe a tempo pieno - come accadeva prima di quelle "matte" (per i neoconservatori, ovvio...) delle femministe - tra torte fatte in casa, pannolini da cambiare e tanti bambini.
Anche un non membro del movimento femminista ma con un minimo di sale in zucca capirebbe che non è proprio il massimo pensare che donne con un cervello, che hanno studiato sodo, si buttino via così (fermo restando che gli States sono un Paese libero, con le mense dei senza tetto con la coda fuori...) e che sia una cosa meravigliosa. Ma speriamo che con l'avvento in politica di personalità come Nancy Pelosi (che ha avuto vari figli, ma nella vita ha fatto altro che infornare stufati e pulire culetti!) e Hilary Clinton si capisca e si faccia qualcosa per indicare alle giovani strade un po' più moderne e gratificanti...
Nell'attesa, sarebbe interessante consigliare a tutte, studentesse di Harvard e Yale e non, una visione della serie Desperate Housewives di Marc Cherry, che con i toni oscillanti del giallo, della soap e della commedia brillante mostra quante zone d'ombra ci siano in questa esaltazione acritica della famiglia tradizionale e della realizzazione domestica come massima ambizione per le donne.
Nel quartiere residenziale e benestante di una cittadina americana si intrecciano i destini di quattro, anzi cinque amiche tutte accomunate dal destino di aver scelto, più o meno, il ruolo di casalinga invece che quello di donna lavoratrice. Con dei risultati non proprio encomiabili.
La voce narrante della serie, Alice, compare in scena per prima nel pilot del telefilm, facendosi vedere felice e realizzata mentre cucina, fa le pulizie, tinteggia una sedia da giardino. Salvo poi di colpo prendere un revolver e farsi saltare il cervello. Andando avanti nella serie si scoprirà che questa casalinga, moglie e madre felice, ha rapito con il marito il bambino di un'altra donna, uccidendola e occultandone il cadavere, ed è vissuta per oltre dieci anni con questo peso sulla coscienza, nascosto dietro torte, party con le amiche e una bella casina in mezzo al verde.
Le sue amiche, in quanto a problemi, non stanno meglio di lei, anche se all'omicidio non sono (ancora e per ora!) arrivate. Tutto sommato la meno disperata e frustrata è Susan (Teri Hatcher, l'ex fidanzata di Superman in Lois e Clark), l'unica che ha uno straccio di lavoro, anche se è oppressa da una madre sexy che sembra sua sorella, una figlia adolescente che le fa spesso da mamma e l'incapacità di gestire e di trovare una quadra nei rapporti con l'altro sesso, dall'ex marito all'affascinante e ambiguo Mike Delfino, che forse la amerebbe per quello che è.
Gabrielle Solis (l'affascinante Eva Longoria) è una ex modella che ha sposato un misto tra un uomo d'affari e un gangster di origine cubana, e che all'inizio della vicenda narrata intrattiene una relazione da perfetta madame Bovary di provincia con il giovanissimo e aitante giardiniere. In seguito si trova a subire l'arresto del marito e la sua conversione alla religione ad opera di un'insinuante suorina, una gravidanza non voluta ma che termina in seguito ad un incidente, facendole nascere un isterico desiderio di maternità che cerca di colmare convincendo la cameriera cinese a fare da utero in affitto per lei e il marito. Con conseguenze boccacesche sotto il suo stesso tetto.
Lynette Scavo (Felicity Huffman, bravissima nel ruolo di un transessuale in Transamerica) era una donna in carriera in gambissima ma con poco polso nella vita privata, visto che accettò di rinunciare al lavoro per crescere la famiglia. Dopo aver figliato quattro pesti uno peggio dall'altro (in un episodio parla apertamente dell'orrore della maternità, cosa notevole tenendo conto di tutta la retorica buonista made in Usa in tema...), si trova a dover riprendere a lavorare perché il marito si stufa del suo posto e lo lascia. Ma i suoi guai non sono ancora finiti, tra rivalità con colleghe di cui in fondo invidia la libertà e l'assenza di legami familiari, al passato non proprio edificante del marito da cui ritornano una ex amante e la sua figlia, pronte a spolparli di tutti i loro averi.
Bree van der Kamp (Marcia Cross, l'ex dottoressa folle Kimberly Walsh di Melrose Place) è per molti il personaggio più affascinante. All'apparenza è la casalinga perfetta, la moglie e la madre che tutti vorrebbero avere, servizievole, devota, amante della famiglia. Peccato che si scopra che il marito, destinato ad una fine precoce, la cornifica allegramente con un'altra casalinga che si trasforma in prostituta amante del sadomaso in casa durante le assenze del coniuge e dei figli. Senza contare che attirerà l'attenzione di un farmacista con tendenze omicide, si troverà un figlio gay e pieno di odio verso di lei, una figlia adolescente attratta da un giovane di colore su cui pende un'orribile accusa, e una dipendenza dall'alcool e dagli psicofarmaci sempre più marcata.
Non è la prima volta che l'America fa autocritica ad un certo conservatorismo soprattutto nella vita privata: negli anni Cinquanta, durante il maccartismo e quando le donne che avevano lavorato durante la Seconda guerra mondiale erano state rimandate a casa dal ritorno degli uomini, la scrittrice di provincia Grace Metallious sconvolse con il suo romanzo Peyton Place (da cui vennero tratti anche un paio di film), in cui si parlava di violenze familiari, adulterio, ragazze che scappavano di casa per lavorare e intraprendere relazioni di tipo sessuale e medici che decidevano di tutelare la vita aiutando una ragazzina vittima di uno stupro ad abortire. Tematiche per l'epoca incandescenti, ma che tutto sommato oggi, sull'onda di tutta un'ondata conservatrice che in nome della paura del diverso vuol riportare il mondo indietro, possono ancora sconvolgere.
Marc Cherry ha scelto un approccio molto soft e patinato, basti vedere i costumi, la fotografia, l'arredamento; si ride anche e molto in Desperate Housewives per le gag di Susan, di Lynette e degli altri, i toni sono brillanti, ma sotto sotto le stoccate ci sono. Dietro ad una facciata di felicità da spot pubblicitario si nascondono bugie, tragedie, alcolismo, famiglie disgregate, infelicità e frustrazione. Chiudersi e chiudere le donne in famiglia mentre si teme il diverso, preferibilmente se arabo o di colore, non rende felici, contenti, senza problemi e al riparo dalle tragedie, anzi. Ed è nelle famiglie che capitano spesso i delitti peggiori. Cosa sotto gli occhi di tutti anche da noi in Italia.
Le Desperate Housewives torneranno per altre stagioni con nuove disavventure. Forse non sarebbe davvero male se le studentesse e le neolaureate di Yale e Harvard riflettessero sulle loro avventure e su cosa si nasconde dietro a questo modello di vita che molte poi abbracciano come se avessero preso la macchina del tempo all'indietro.