THOMAS CAMPI RISPONDE!
A cura di Federico Castagnola
Quello del fumetto č un mondo molto silenzioso e il fatto che alcuni autori si riuniscano per far nascere una scuola o una tendenza spesso passa sotto silenzio. Scopriamo che a Ferrara alcuni autori si sono riuniti in uno studio e facciamo la conoscenza con il pių giovane di loro, alle prese con la criminologa di Giancarlo Berardi.
Ciao Thomas, e benvenuto su Yattaaa.
Con un disegnatore giovane e da pochi anni al lavoro è d'obbligo iniziare l'intervista in maniera canonica. Quale è stata la molla che ti ha spinto ad intraprendere questa carriera?
TC - Quando ero al primo anno dell’ istituto d’ arte un amico mi prestò un fumetto che mi aveva incuriosito: era il n.10 di Dylan Dog “Attraverso lo specchio”, e da quel momento iniziò la mia passione per il fumetto. Quella per il disegno invece c’era da sempre (mio nonno la trasmise a mio padre e lui la trasmise a me), ma non aveva un indirizzo preciso. Cominciai così ad osservare questi disegni, tentando di riprodurli per apprendere un po’ di tecnica, domandandomi se questo potesse un giorno diventare la mia professione. Un po’ come tutti credo.
Nella tua biografia compaiono i nomi di due tuoi colleghi concittadini, Germano Bonazzi (disegnatore di Nathan Never) e Roberto Zaghi (disegnatore di Julia): che ruolo hanno avuto e quanto sono stati importanti nella tua formazione?
TC - Il loro incontro è stato fondamentale. Avvenne nel ‘97.
Io frequentavo L’Accademia di BBAA a Bologna e con alcuni amici si era creata una Fanzine. Una copia con una mia illustrazione in copertina fu vista da Germano Bonazzi, che per coincidenza incontrai nella Fumetteria di Ferrara in cui Alberto, il titolare che ci conosceva entrambi, ci presentò. Germano si dimostrò subito generoso e disponibile invitandomi nel suo studio per mostrare i miei lavori. La prima occasione per ricevere quei consigli che solo un professionista può dare. Dalle visite periodiche che gli facevo conobbi Roberto Zaghi che lavorava nello stesso studio. Le mie visite cominciarono poi ad essere regolari e un bel giorno Germano mi consegnò le chiavi, e mi disse che potevo stabilirmi in studio per disegnare accanto a loro. Una vera fortuna! Fu uno dei momenti più felici per me. Entrambi mi “controllavano” e correggevano con grande pazienza, tutti i giorni, con consigli e grasse risate. Poi venne l’amicizia, poi il lavoro.
In un mondo del fumetto che offre sempre meno sbocchi lavorativi sicuri e sufficientemente remunerati quale è la molla che spinge un giovane a impegnarsi al cento per cento in questa attività: passione, fiducia nei propri mezzi o semplicemente imprudenza?
TC - Qualcuno direbbe tutte e tre, io credo le prime due!
Tutto nasce dalla passione, ma è implicito che deve essere accompagnata da una capacità oggettiva, dal talento.
Fare fumetti è, sebbene qualcuno fatichi ancora nel crederlo, un mestiere “duro”, nel senso che deve esserci una notevole dedizione, il talento in sè non basta, e soprattutto all’inizio questo ti frega. Credi di saper disegnare, con tanti difetti e incertezze, ma lo sai fare, eppure non è sufficiente, e rischi di perderti nel tentativo di fare disegni esteticamente belli dimenticando che stai raccontando una storia, che i personaggi devono esprimere stati d’ animo e c’è una sequenzialità da rispettare.
Per quanto riguarda il lavoro sicuro, credo di essere tra i fortunati lavorando per Bonelli, perché permette una regolarità di lavoro e quindi di guadagno che di questi tempi è quasi del tutto scomparsa, ma questo esula dal mondo del fumetto, riguarda un po’ tutti i giovani.
Io comunque non sono pessimista sul futuro del fumetto, e quindi sui suoi possibili sbocchi, credo che come per altre discipline artistiche subisca un declino, un riciclo di stili e gusti ed una piccola rinascita.
Cosa preferisce fare un giovane per così dire "a bottega": cerca di seguire lo stile dei colleghi anziani, oppure inizia fin da subito a cercare una sua strada personale?
TC - Per quanto riguarda me, entrambe le due cose. Ho cercato di apprendere il più possibile da Germano e Roberto, “spiandoli” al tavolo, seguendo i vari passaggi, dagli storyboards alle matite, per arrivare poi alle chine. Ognuno di loro ha il suo stile e il proprio metodo di lavoro e io tentavo di prendere ciò che più mi piaceva dal loro lavoro. I nostri punti di riferimento erano poi differenti, il che produceva anche una ricerca personale autonoma, inseguendo gli autori che amavo.
E’ naturale però che all’inizio, la loro vicinanza e la mia ammirazione producesse spesso una sorta di imitazione, questo perché c’è un tempo, che è diverso per tutti, per metabolizzare ciò che si apprende, trasformandolo poi in qualcosa di proprio.
Julia rappresenta ad oggi la tua opera più significativa. Qual è il tuo rapporto con il personaggio e con il genere?
TC - Julia è una donna giovane, bella ed elegante ed è quindi piuttosto difficile da disegnare senza cadere in stereotipi.
Rendere il giusto movimento o la giusta camminata è una ricerca che non sempre mi riesce, ma il personaggio mi affascina molto perché affronta non solo l’avventura dell’indagine poliziesca e psicologica, ma anche i piccoli problemi e momenti della quotidianità che tutti viviamo.
Dici che "disegnare una donna giovane, bella ed elegante è piuttosto difficile". Puoi spiegarti meglio? Puoi anche fare un confronto con i personaggi maschili centrali, come il tenente Webb e l'investigatore privato Leo?
TC - Quello che intendo dire è che tendenzialmente un disegnatore che deve rappresentare una bella ragazza è naturalmente incline ad avere un proprio prototipo, basato su canoni estetici, a volte comuni, che portano a vestire e a muovere tale personaggio in modo ripetitivo.
Julia invece ha caratteristiche precise, per la postura, per la gestualità, per l’espressività. Una femminilità e una grazia molto posata, difficile quindi da rappresentare perché non stereotipata. Per quel che riguarda i personaggi maschili, personalmente il mio preferito è Ben Irving, è quello che riscuote maggiormente la mia simpatia. In generale nel confronto con Julia sia Irving che Webb e Leo trovo siano più semplici da disegnare, sono anche loro molto caratterizzati, ma con atteggiamenti più comuni.
Quale aspetto della serie di Julia credi rientri maggiormente nelle tue corde: quello più legato all'azione e all'indagine oppure quello più intimista?
TC - Personalmente mi sento più vicino all’aspetto intimista sia per Julia che per le letture personali e il cinema. Mi ha sempre affascinato la quotidianità, degli altri soprattutto. Le piccole cose che facciamo, le chiacchiere, le confidenze, tutto automatico, senza pensare che invece hanno un peso per noi e per gli altri. Sembro troppo serio! L’azione è divertente da disegnare e forse un po’ più facile, perché c’è meno recitazione.
Julia è un personaggio di successo che ti sta permettendo di crescere. Ti venisse offerta la possibilità di poter cambiare quale genere o personaggio ti piacerebbe disegnare?
TC - Non riuscirei a scegliere un genere, perché non mi piace limitare le storie. Potendo scegliere tra le serie bonelliane, primo tra tutti Dylan Dog, anche per una questione generazionale e di affetto, è stato il mio primo fumetto.
Giancarlo Berardi ha fama di uno che pretende molto dai suoi collaboratori. Questa controllo del personaggio da parte sua dal tuo punto di vista è più limitante per un disegnatore o più uno stimolo?
TC - Beh, il fatto che pretenda molto è normale, Julia è una sua creatura ed è quindi naturale la sua esigenza di mantenere un indirizzo ben definito per la serie, come le somiglianze dei personaggi da rispettare. Per il resto lo stile cinematografico e realistico delle storie porta il disegno in una direzione meno grafica, più alla ricerca di un segno e di un b/n che si avvicinino maggiormente alla realtà. Questo è sicuramente uno stimolo e in parte un aiuto, affrontando questi problemi e imparando l’anatomia, la luce e ad osservare ciò che ci circonda si può portare il disegno alla stilizzazione, alla semplicità e alla deformazione del reale, esagerando le anatomie o solo alcuni particolari, un po’ come Baru.
Concordi il tipo di atmosfere e di ambientazioni delle storie che realizzi in modo da valorizzare le tue qualità oppure ti attieni a quello che gli sceneggiatori decidono?
TC - Con Giancarlo Berardi c’è un continuo scambio, lui stesso conosce pregi e limiti dei vari disegnatori, il che lo porta a descrivere situazioni che quando possibile si avvicinino alle nostre inclinazioni, e sin dall’inizio della storia si discute su ciò che piacerebbe disegnare, un tentativo di valorizzare le proprie qualità ovviamente in relazione alla storia che è la vera protagonista.

Come ti confronti con la sceneggiatura? Preferisci avere tutta la storia già pronta in modo da poter decidere tu cosa fare prima oppure procedi man mano che ti arrivano le pagine da disegnare?
TC - Procedo a blocchi di sceneggiatura, avendo però l’idea complessiva della storia che viene descritta dallo sceneggiatore per entrare nell’atmosfera e permettere la ricerca della documentazione.
Nel fumetto popolare sono frequenti le correzioni da parte della redazione dovute a mille problemi. In questi casi preferisci farle direttamente tu oppure lasci che siano altri ad eseguirle?
TC - Ovviamente preferisco farle io, come credo la maggior parte dei miei colleghi. I disegni sono una parte di me, quindi ne sono un po’ geloso. Comunque dipende dalle esigenze editoriali, se i tempi sono molto stretti ci si fa aiutare.
Oramai hai sicuramente intrapreso una tua strada, ma quali altri colleghi segui con più attenzione? E tra quelli di Julia quali credi possano essere presi come modello?
TC - In ambito Bonelli, seguo tutto di Parlov. Mi piace molto la sua sintesi e il suo segno, riesce a rendere un effetto pittorico.
Paolo Bacilieri, che ho sempre seguito sin da Barokko.
Bruno Ramella per le belle atmosfere buie, e un segno veloce e mosso.
Nicola Mari, anche lui per le atmosfere cariche di nero, e un segno ricercato.
Germano Bonazzi, perché come già detto è stato il mio maestro e per le composizioni sempre equilibrate e la prospettiva .
Su Julia invece Roberto Zaghi, come sopra, e che riesce a dare sempre la giusta espressività ai personaggi, curando anche i fondi e le inquadrature cinematografiche. Laura Zuccheri, tridimensionale e con figure naturali nei movimenti, sempre perfette.
Dal tuo bellissimo blog <http://www.thomascampi.blogspot.com/> esce fuori una notevole abilità nel campo dell'illustrazione. Si tratta di una passione che coltivi nei ritagli di tempo oppure di una attività parallela a quella del fumetto?
TC - Per ora è solo una passione, ma mi piacerebbe diventasse qualcosa di più. Ho sempre amato i libri per l’infanzia, e ancora quando entro in libreria è uno dei primi settori che visito.
Inoltre c’è il piacere del disegno libero, istintivo, quello che nasce da un segno, il piacere della pennellata, il gesto che traccia le figure o gli ambienti come forme, in relazione al momento in cui nasce.
Un modo di disegnare e di colorare che sembra richiamare molto alla Francia. E' un mondo quello con cui pensi un giorno di poterti concretamente confrontare come stanno facendo molti tuoi colleghi?
TC - La Francia è sempre stata per me un punto di riferimento per l’arte del fumetto. Da quando cominciai a leggere gli albi francesi, fui subito rapito dalla forza espressiva che vedevo nei diversi autori da Loustal, a Bilal, al mitico Moebius, e mille altri come Gibrat, DeCrecy, etc. L’energia del colore, a volte in contrasto con la realtà delle cose, ma usato per esaltarla; l’esasperata (in certi casi) caratterizzazione di visi o corpi al solo scopo di fotografare nell’immediato la personalità dei protagonisti, ed il segno libero di esprimersi creando un mondo nuovo che noi osserviamo cogliendone tutta la realtà.
L’estetica che trovo in certi libri francesi mi cattura sempre, anche se capita che qualche autore in qualche caso cada nell’autocompiacimento, ma quello è un rischio per tutti.
Beh, è evidente dalla risposta che un giorno mi piacerebbe mettermi alla prova, disegnare credo sia ricercare.

E con questa speranza ti salutiamo e ti lasciamo al tuo lavoro. Grazie per la disponibilità, e a rileggerti al più presto sulle pagine di Julia!
Biografia:
Thomas Campi è nato a Ferrara l’8 dicembre 1975 e si è diplomato nel 1995 presso l’Istituto d’Arte "Dosso Dossi" di Ferrara. Ha collaborato, in qualità di illustratore e grafico, con lo studio di grafica pubblicitaria Taibi & Taibi, realizzando numerose tavole per volumi didattici della Casa editrice Zanichelli. Dopo aver lavorato con alcuni studi architettonici della sua città e partecipato a numerose mostre collettive, Thomas incontra, nel 1997, Germano Bonazzi e Roberto Zaghi, entrambi disegnatori della Sergio Bonelli Editore, per le testate Nathan Never, Zona X e Julia. Abbandona così gli studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna per dedicarsi esclusivamente al fumetto; attualmente è impegnato con Julia, la criminologa ideata da Giancarlo Berardi.
Biografia bonelliana:
Per la Sergio Bonelli Editore Thomas Campi ha disegnato i seguenti albi:
Julia 22 “Quest’urlo che tace” (con Roberto Zaghi)
Julia 29 “Il ritmo nel sangue” (con Roberto Zaghi)
Julia 50 “Una donna a pezzi”
Julia 67 “La chiamavano Betsy Blue”
Julia 87 “Pena capitale” (con Luigi Pittaluga)
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