ALBERTO GHE' RISPONDE!
A cura di Federico Castagnola, Daniela
Zeta e Martina Galea
Ciao Alberto. Per cominciare ci puoi raccontare brevemente
come sei arrivato a lavorare con Giancarlo Berardi?
AG - Ho cominciato a frequentare il suo studio nell'agosto 2001.
Da qualche anno collaboravo alla Mostra Internazionale dei Cartoonists
di Rapallo e, una decina di mesi prima, avevo curato un'edizione dedicata
a quattro sceneggiatori, fra cui Berardi. Per preparare la manifestazione
ero entrato in contatto con lui e, qualche mese dopo, gli domandai se
mi accettava come "auditore" nel suo studio. Dopo qualche
settimana è diventato più un apprendistato, fino a quando,
nel 2003, è uscita la mia prima firma su un albo di Julia.
Quali sono le fonti di ispirazione per le storie? Solo cinema e
letteratura, oppure pensi che anche la cronaca possa essere utile a
trovare nuove idee?
AG - Fra le molte cose che si imparano, lavorando con Berardi, è
che TUTTO può finire nelle storie. Dopo un po' ti abitui a pensare
a quello che leggi, che vedi alla tivù, al cinema, la tua vita
privata, come possibili ingredienti per il lavoro. E in una serie poliziesca
come Julia, basata così tanto sull'attualità, non si può
prescindere dalla cronaca.
La parte di ricerca può essere divisa in due parti: quella
relativa alla criminologia vera e propria e quella del contesto in cui
è ambientato l'episodio. Quanto complesso e approfondito è
questo lavoro di ricerca?
AG - All'inizio cerchi di crearti un bagaglio di informazioni al
quale attingere ogni volta che ti serve. Quando hai un po' di basi,
procedi in modo differente a seconda delle esigenze. La documentazione
criminologica, investigativa, scientifica, balistica, medico-legale
varia di storia in storia. Ma se il soggetto prevede che un tizio muoia
nella vasca di un acquario, ci si documenta sul funzionamento dell'impianto
idrico, quanto impiega il serbatoio a riempirsi, quanto è lo
spessore del cristallo, la composizione chimica dell'acqua, da dove
si entra ed esce, e così via. Comunque non tutte le informazioni
finiscono nella storia. Ma, almeno in teoria, potremmo riparare una
tubatura che perde.
Julia sembra godere di un notevole successo di pubblico, soprattutto
femminile, quali sono secondo te i motivi di questo successo?
AG - Possono essere tanti. In primis la protagonista, che è
appunto una donna. Ma una donna scritta da uomini. La "scuola Berardi"
ti forza a guardarti dentro e a mettere con onestà le tue emozioni
nei dialoghi, quasi fosse una seduta psicanalitica. Questo porta inevitabilmente
a esprimere la parte femminile che è in ognuno, e a metterla
nel personaggio.
Secondo, il pubblico femminile è un pubblico fedele, che si affeziona
e ti segue ovunque. Questo è un bel riconoscimento, ma anche
una grossa sfida. Se deludi una donna non te la cavi tanto facilmente!
Poi si cerca di scrivere delle storie belle, interessanti, disegnate
bene
Insomma, un prodotto di artigianato sincero
Le storie di Julia sono spesso firmate da più sceneggiatori.
Come viene organizzato questo lavoro di gruppo?
AG - A parte alcuni casi, la doppia firma indica più un "duetto"
che un lavoro di gruppo. Berardi/Calza, Berardi/Mantero o Berardi/DeNardo
indica la cooperazione fra Giancarlo Berardi e Lorenzo Calza, Maurizio
Mantero o Giuseppe DeNardo. Per quello che mi riguarda, il mio apporto
è ancora limitato più a un aiuto che a una cooperazione
effettiva. A ogni modo, alla fine della giornata, chi più chi
meno, ci abbiamo messo tutti un piccolo zampino nella storia.

Nell'immagine a sinistra: Alberto Ghè
A destra Alberto Ghè e Lorenzo Calza assistono ad un litigio
tra Julia e Webb sull'albo #76 - "La
storia di Jason"
Ai disegnatori sembra essere richiesto un notevole
lavoro nella rappresentazione dei vari personaggi. Quanto sono dettagliate
le sceneggiature?
AG - Il giusto.
Scherzi a parte, il ruolo dello sceneggiatore e del disegnatore sono
ben delineati e rispettati da entrambe le parti. A noi spetta il compito
di raccontare una trama accattivante, "dirigere" i personaggi,
e suggerire le inquadrature e i tempi entro i quali si svolge l'azione.
Ai disegnatori tutto il resto, che non è poco. Devono far recitare
i personaggi, curare l'atmosfera, tenere aggiornata la propria memoria
iconografica e mantenere un segno pulito e piacevole per il lettore.
C'è uno scambio di opinioni tra sceneggiatori e i disegnatori?
AG - Certo. Il filo del telefono è sempre
aperto. Li sentiamo
quasi giornalmente per commentare il lavoro
E come si inserisce la redazione milanese in questo dialogo?
AG - Questo va chiesto a Berardi. Comunque, ci ha insegnato l'assoluto
rispetto per la committenza.
A proposito di disegnatori. E' facile notare una certa somiglianza
nel loro stile, tanto da sembrare una cosa voluta... pensi che per la
serie sia questo un vantaggio o uno svantaggio?
AG - Onestamente non vedo una gran somiglianza negli stili. Anzi,
li trovo tutti molto personali. Laura Zuccheri, per esempio, ha un tratto
completamente diverso da quello di Claudio Piccoli, e quello di Roberto
Zaghi è lontano da quello di Steve Boraley, pur essendo tutti
molto bravi. Forse il percorso simile può portarli a una sintesi
simile, ma i loro talenti sono, a mio avviso, ben distinguibili.
Dopodichè non saprei dirti se per una serie sia meglio la somiglianza
o la diversità. Anni fa mi ricordo che si dibatteva sui capelli
di Groucho, per Dylan Dog. Chi li disegnava ricci, oppure stirati e
con le punte all'insù. In entrambi i casi non credo che possano
aver influenzato l'andamento della serie.
Quali testi consiglieresti a chi volesse approfondire le tematiche
della serie?
AG - Le tematiche sono quelle tradizionali del poliziesco, o noir.
I capisaldi sono Dashiell Hammett, Raymond Chandler, e Jim Thompson,
che inserirono per primi tematiche sociali, un tempo avulse dal giallo
classico. Personalmente, quelli che un giorno spero di riuscire a fare
un po' più miei, sono Ed McBain ed Elmore Leonard. Riescono a
gestire un'esagerata quantità di personaggi approfondendoli senza
nessuno sforzo apparente. Ma anche Cornell Woolrich, Jack Ritchie e
Donald Westlake sono intriganti e
divertenti. Hanno saputo mettere
molta ironia nel genere.
In questo momento il genere giallo sta vivendo un
periodo di grande popolarità, soprattutto in televisione. Nel
realizzare le vostre storie guardate anche questa produzione oppure
no?
AG - Se ti riferisci a serie tv o fiction, personalmente sono un fan
di vecchia data di "Hill Street Blues" e "NYPD Blue"
create dal bravissimo Steven Bochco (che tanto deve a McBain). C'è
serialità ma ogni episodio è a sé stante, ci sono
dramma e umorismo nella giusta dose, un taglio moderno ma non pretenzioso,
bravi attori, e ottima colonna sonora. Davvero due ottime serie.
Se invece parliamo di programmi, allora c'è tanto materiale interessante
in "Blu Notte" di Carlo Lucarelli o in "Un giorno in
pretura". Peccato che siano relegati a orari un po' proibitivi.
***
Biografia:
Alberto Ghè nasce a Genova nel 1976. Appassionato di cinema e
musica, muove i primi passi nel mondo del fumetto a metà degli
anni Novanta, frequentando lo studio dello sceneggiatore disneyano Carlo
Chendi. Nel 1998 fonda e dirige la rivista amatoriale "Mumble...
mumble". L'anno seguente trasferisce l'intera redazione nelle mani
dell'editore Luigi F. Bona, per il quale crea la rivista monografica
"L'Ink". Entra nello staff organizzativo della "Mostra
Internazionale dei Cartoonists" di Rapallo curata dallo stesso
Chendi, di cui cura personalmente la XXVI edizione, nell'ottobre 2000.
Giancarlo Berardi gli offre l'opportunità di cominciare, nell'estate
2001, un apprendistato presso il suo studio. Esordisce come sceneggiatore
per Julia nel 2003.
Ha collaborato alla realizzazione di Julia #55 "Quando
l'orrore è un rebus" e Julia #74 "Indagine
da camera".
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