VANNA VINCI RISPONDE!
Prima parte
A cura di Linda per Yattaaa!
Vanna Vinci è una delle autrici e disegnatrici di fumetti
più affermate in Italia. L'attività dell'artista cagliaritana,
che oggi vive e lavora a Bologna, è molto vasta: accanto alla
produzione di fumetti, Vanna ha lavorato spesso come illustratrice ed
ha fondato con un'amica a Cagliari la "mow-mow", una società
di grafica. È così che comincia la sua carriera.
Cominciamo con la domanda più classica che si possa fare (ormai
non ne potrai più
): vuoi parlarci un po' dei tuoi primi
passi nel mondo del disegno? Quando hai cominciato a disegnare, dove,
perché...
VV - Ho sempre disegnato, fino da piccola. Di fatto ero una bambina
molto buona e calma, mi davano matite e pennarelli, io mi piazzavo lì
e disegnavo. Era una cosa naturale. Per contro non sono mai stata una
lettrice di fumetti, da piccola leggevo solo Topolino. Se ho cominciato
a farli, parlo di quando avevo circa diciassette anni, è stato
perchè avevo letto le storie brevi di Corto Maltese... mi avevano
talmente impressionato che ho passato un anno solo a copiare le facce
dei personaggi, per imparare come erano fatte. Mi facevano impazzire...
Poi, a Cagliari un circolo culturale aveva organizzato una mostra con
disegni di vari autori dedicati a Corto maltese, lì si erano
ritrovati molti dei fumettari sardi che tutt'ora lavorano... Serra,
Medda e Vigna, Otto Gabos... e altri che magari non pubblicano ma che
erano decisamente bravissimi. Io ero senz'altro la più primitiva...
non sapevo assolutamente niente, di come si facevano i fumetti, di che
cosa erano i fumetti... un po' come adesso del resto... e, come un primitivo,
mi sono messa a farli... la prima storia era su un quadernone a quadretti.
Diciamo che quell'esperienza è stata importante per me, come
per un selvaggio che scopre che di punto in bianco che oltre che al
fuoco esiste anche il caminetto, la stufa, la luce elettrica, etc...

Foto tratta dal sito ufficiale di Vanna vannavinci.it
E continuando con le domande classiche, ecco la prossima:
molti grandi artisti per arrivare ad un loro stile originale passano
attraverso il disegno classico o l'"imitazione" di altri che
li hanno preceduti: tu a chi ti sei ispirata? Chi sono stati i tuoi
"maestri"?
VV - Di Pratt ho già parlato, non credo che avrei fatto i
fumetti senza leggere Pratt... sarei diventata dentista e avrei fatto
un sacco di soldi... Altra gente fondamentale, Ronald Searle, che tutt'ora
è il disegnatore che preferisco in assoluto. Crepax e Battaglia,
per motivi diversi... ma soprattutto Battaglia... Poi a Lucca ho incontrato
il mio primo editore, Luigi Bernardi, che allora lavorava per L'Isola
trovata, che mi ha detto che la vicinanza a Pratt era eccessiva... che
forse dovevo trovare qualche cosa che mi piacesse quanto Pratt e che
mi allontanasse, in termini strettamente tecnici da quella presenza
ingombrante... allora la cosa che mi piaceva di più erano i cartoni
animati di Lady Oscar, i cartoni, non i fumetti. Quella rigidità
quasi geometrica mi mandava fuori di testa... ecco trovato il mix, Corto
Maltese + Lady Oscar... da brivido eh?! Prima mi vergognavo di dirlo...
adesso me ne frego! Per anni sono rientrata nel filone di giovani autori
influenzati dal manga, tutt'ora è così (a parte per il
"giovane"!)
quando Pratt era ormai lontano da me, ho
deciso di ripristinare il labbro superiore completo, al posto del segnetto
stile manga
e molti mi hanno detto: -To', ma lo sai che per certi
versi c'è una vicinanza a Pratt?!
Si nota, ad esempio, un'evoluzione del disegno dalla prima raccolta,
"Ombre", nel quale la scena è piena di oggetti, dettagli
e sfondi, a un disegno più essenziale nelle avventure della bolognese
Anna, fino alla tecnica simil-acquerello usata nel tuo (capo)lavoro
"Aida". Come hai raffinato e reso così particolare
il tuo tratto?
VV - Non lo so... in generale non faccio evoluzioni di tipo programmatico...
in effetti programmo poco o niente, disegnando mi viene in mente di
fare una cosa e nel lavoro dopo cerco di metterla a punto... per esempio,
adesso su Sophia sto usando le spugnette, che per le illustrazioni uso
da un po'... non ho molta voglia di rimanere sempre su posizione che
potrebbero sembrare consolidate... ripeto, non si tratta però
di programmi, se un'evoluzione esiste è perchè è
venuta, e io l'ho seguita... non tanto perchè l'ho prima pensata
a tavolino e poi mi sono pestata per metterla in atto. Non sono quel
tipo di disegnatore... Il tratto, anche se cambia, secondo me all'origine
è sempre lo stesso, graffiato e indurito e multiplo. Mai usato
in vita mia un tratto unico, ci sono sempre almeno due o tre linee sovrapposte.
Per quando riguarda Aida, si tratta di semplice mezzatinta fatta, anzichè
con la china diluita, con i pantone in scala di grigio. Niente di più,
a parte qualche tocco di matita, sempre in scala di grigio, qui e lì.
Parlando di Aida al Confine, prima di tutto vogliamo farti i complimenti
e soprattutto ringraziarti per questo bellissimo romanzo! Di tutte le
tue opere, questa è sicuramente quella che ci ha suscitato le
emozioni più forti.
La protagonista del tuo nuovo lavoro ha "un nome
impegnativo": Aida. Anche la sua vita sembra giunta in un momento
impegnativo e segue le tracce delle protagoniste degli altri tuoi romanzi.
Sono tutte ragazze giovani che si spostano (a parte la bolognese Anna)
per motivi di studio dalla città natale ad un altro luogo. Tutte
hanno dei pensieri molto importanti ed attraversano momenti complicati
della loro vita. Come mai questi fili comuni? Cosa ti spinge verso queste
storie? Vi sono riferimenti autobiografici?
VV - I riferimenti autobiografici ci sono, come anche i riferimenti
a biografie di altri... in ogni caso per me vale forse quel detto che
vale per alcuni autori: racconto sempre la stessa storia. Quasi sempre
si tratta di personaggi un po' ai confini con loro stessi, personaggi
che stanno cambiando, che nutrono dubbi sul loro interno e sull'esterno.
Non si tratta di personaggi epici, non sono tagliata per l'epica, non
sono personaggi violenti, forti, sanguigni... sono personaggi tutto
sommato cauti, silenziosi... forse anche poco coraggiosi, attirati nelle
situazioni da forze che nemmeno loro conoscono. Non mi interessano i
comizi, non li so fare, né i programmi ideologici, o la ricerca
sociale, nel fumetto
Mi incuriosisce l'interno delle persone,
un interno non per forza catastrofico, a volte inquietante, senz'altro
sconosciuto anche per le protagoniste. Sono piccole, microscopiche scoperte
silenziose... Per certi versi la sensazione da cui parto per le mie
storie è vicina (senza che mi voglia minimamente avvicinare alla
stazza del maestro!) ai tre articoli di F. S. Fitzgerald raccolti sotto
il titolo Crack-up.
Anche in questo romanzo a fumetti si ripresenta, come
già nella prima raccolta "Ombre", la perdita o il recupero
del passato, delle radici, della storia che precede la vita di ognuno
di noi. Per te cosa significa recuperare la storia della tua famiglia?
Soprattutto, perché hai deciso di condividere con i tuoi lettori
un argomento così intimo? Mi sembri una persona molto riservata.
VV - Anche qui potrei dire che non l'ho deciso... è venuto
fuori da solo... il passato è saltato fuori in una buona percentuale
e si è preso una fetta della mia storia. Non ho raccontato tutto,
non sono per l'autobiografia precisa, faccio dei mischioni... e in ogni
caso, trattandosi di storie passate, di gente morta, uno non sa mai
tutto, sa solo quello che sente raccontare... e a casa mia si è
sempre raccontato molto. So storie di persone che risalgono all'inizio
dell'ottocento... se ne parla come fossero vecchi zii che abitano fuori
città... ma non ho intenzione di sgravarmi di tutto il passato
in una volta, questo viene fuori in piccole parti, mescolato a invenzioni,
trasfigurato e soprattutto cangiante. Se l'ho dato ai lettori è
perché l'ho dato prima di tutto a me stessa. Sono riservata,
ma non col lettore, al lettore fornisco le stesse informazioni che so
io del personaggio, quello che il lettore non sa non lo so nemmeno io...
ma il passato delle persone, delle famiglie... è una cosa personale,
un bagaglio, a volte anche fastidioso... che di solito uno non ha sempre
possibilità di usare. Nel caso di Aida c'erano dei riferimenti
forti a mio nonno e alla sua famiglia... non riportati, come ho detto,
così com'erano, ma modificate in parte. In altre storie, per
esempio, ci sono presenze fisse, del mio passato e della mia storia
personale, che chi ha conosciuto le persone riconosce... ci sono citazioni
anche di oggetti che rimandano a persone... i morti, i miei, mi stanno
dietro, ci vogliamo bene... anche troppo
visto che finisco per
metterli in forma di vecchi medici in pensione, di teiere, di ciondoli,
di padri fantasma o nonni morti confusi, nelle mie storie. Ma non è
una cosa che sento il bisogno di dichiarare esplicitamente, del resto
al lettore non interessa sapere che quella teiera è quella che
mio zio ha regalato a mia madre, o che quel signore ricoverato all'ospedale
è in realtà un mix di due persone che io ho visto ricoverate...
sì, credo che tutto, realtà e invenzione, sia autobiografico
È conseguenza logica pensare ai morti quando
si esplora il passato, ma nella cultura occidentale i morti sono inaccessibili
ed i fantasmi impalpabili. Vi sono culture, invece, in cui lo spirito
del defunto continua a comunicare con i vivi, soprattutto in determinate
circostanze. L'esperienza di Aida ci ha ricordato la figura tradizionale
ebraica del Dibbuk, lo spirito di un defunto che continua a tormentare
i vivi fino a che questi non rendono giustizia alla sua memoria. In
questo senso è intesa la storia di Nino (a parte il fatto che
il dibbuk si impossessa di un corpo)? Tu come concepisci l'idea dei
fantasmi?
VV - La storia di Nino è molto simile a quella che hai citato
tu, e che io non conoscevo
Come nel Fantasma di Canterville di
Oscar Wilde, la giovane protagonista si deve far carico di sepellire
un vecchio signore, morto da secoli, che però non ha ancora risolto
del tutto un probema che lo lega con l'esistenza. La storia è
questa! Simbolicamente si tratta di rimmossi operati da nonni e genitori
(nel caso di Aida) che ricadono improvvisamente su una persone che di
questi rimossi non sa nulla e non ha direttamente niente a che fare.
E' una domanda complessa comunque
visto che tutto quello che racconto
è quasi sempre connesso col rapporto dei vivi coi morti, e quindi
col passato. Un po' mi verrebbe da citare Il gabinetto del dott. Caligari:
"ovunque attorno a noi vagano spiriti". Io sono assolutamente
scettica, non ho mai visto un fantasma in vita mia, e mi chiedo a chi
possano apparire, se non sono apparsi a me che per molto tempo non ho
considerato i morti in quanto tali... e li sentivo ancora come vivi...
magari difficili da raggiungere o da vedere, come quelle persone che
hanno il cellulare scassato e si sono perse in mezzo alla folla... gente
che non si riesce a scorgere nitidamente. Direi quindi che i fantasmi
in quanto apparizioni mi sa che non esistono
certo la mente ha
canali ben più misteriosi. In ogni caso io di dibbuk ne ho avuto
in giro, e forse ne ho tutt'ora, parecchi, non uno solo...
Abbiamo trovato molto interessante l'idea di raccontare
a Nino, ebreo morto tra le due guerre, le terribili vicende della seconda
guerra mondiale: l'ebraismo e l'essere ebreo per noi, oggi, vogliono
dire soprattutto campi di concentramento e Shoah, non siamo più
capaci di prescindere da questi eventi, anche quando pensiamo all'ebraismo
prima del 1939-45. Come sei arrivata a concepire le scene della risiera?
Come mai hai deciso di mettere in collegamento la prima e la seconda
guerra mondiale in questo modo?
VV - Boh, In Aida ho messo molte cose che mi facevano impressione
Una di queste era spiegare la deportazione e lo sterminio degli ebrei
a un ebreo morto subito dopo la Prima Guerra Mondiale
ho pensato
a uno che aveva fatto la guerra di trincea, come mio nonno, e aveva
visto tragedie allucinanti e inspiegabili... e se poi era morto a seguito
di quella tragedia, perché di questo è morto Nino, come
era possibile spiegare una tragedia altrettanto allucinante e inspiegabile
come la Shoah? E' un po' come spiegare a uno chi erano i Beatles (in
positivo, ovviamente) e cosa sono stati per la musica che li ha seguiti,
è impossibile. La scena di Aida che però a me fa più
impressione è quando lei fa vedere a Nino l'album di foto dei
nonni, tutta una vita del nonno e della nonna... una vita sviluppata
e vissuta che Nino non ha mai avuto, non potrà mai conoscere,
che gli è stata negata... perché di fatto è questa
la condizione di un morto, è uno che ha smesso di vivere e di
partecipare alla vita
forse questo mi fa più effetto di
eventi eccezionali... L'evento eccezionale è raccontabile, è
storia, quello minimo è solo da vivere... L'idea della risiera
è venuta dopo aver visto la risiera come è adesso... e
anche da una ossessione, voler vedere come erano le cose all'epoca,
di voler sentire le stesse sensazioni... è una fissa archeologica
credo. Ebbene sì, il passato mi attanaglia, mi ossessiona, mi
ci caccio dentro totalmente... ecco l'ho dichiarato.
Che questo tuo romanzo a fumetti sia molto importante
lo dimostra anche la postfazione che hai deciso di inserire: come mai
hai sentito il bisogno, per la prima volta, di spiegare la geografia,
la storia ed i luoghi della città in cui hai ambientato il lavoro?
Oltretutto in questa postfazione hai anche inserito notizie autobiografiche,
una cosa che non fai spesso.
VV - In certe storie non ho ritenuto che fosse necessario dare altre
informazioni al lettore, come dicevo anche prima. Qui c'erano delle
cose così legate a mio nonno, a tutta quella generazione, che
se non lo avessi fatto forse mi sarei sentita manchevole... a me queste
cose le hanno raccontate e le ho trasferite nella storia a modo mio,
trasfigurandole... se mio nonno fosse stato vivo avrei chiesto a lui
di farlo... e magari non lo avrebbe fatto... ma io mi sentivo di doverlo
fare. Era un'esigenza, un racconto ulteriore tra me e il lettore...
del resto si trattava di cose raccontabili, di fatti inerenti alla storia...
Quando abbiamo letto "Aida" abbiamo subito
pensato che i disegni fossero ritoccati ad acquerello. Poiché
l'effetto ottenuto è estremamente piacevole, puoi spiegarci come
l'hai creato?
VV - Come ho già detto, si tratta di pennarelli pantone in scala
di grigio. Ho disegnato le tavole a matita e le inchiostrate come al
solito. Poi ho fotocopiato il tratto su una carta speciale per pennarelli,
ho colorato coi grigi e aggiunto qui e lì dei tocchi a matita
tono su tono.

Disegno tratto dal sito ufficiale di Vanna vannavinci.it
I disegni sono, naturalmente, la colonna portante degli albi che produci.
L'altra colonna, però, è sicuramente rappresentata dalle
storie particolari che racconti al tuo pubblico, sia da sola che in
coppia con Giovanni Mattioli: come nascono la trama ed i personaggi?
Che cosa, generalmente, ti dà lo spunto per cominciare un lavoro?
Come procedi per strutturare la narrazione? (lo sappiamo, sono più
domande, ma...)
VV - La storia viene prima del disegno. Di solito parto da una cosa
molto piccola: una ragazza incontra un tipo strano in albergo, una ragazza
scopre che il tipo di cui è innamorata da quando era piccola
è diventato uno stronzo... una ragazza arriva a Trieste e non
si sa perchè il mondo dei morti e quello dei vivi si mischiano...
cose così... poi ci devo costruire tutto il resto attorno...
che non è poi chissaché visto che le mie storie non sono
certo quei grandi intrecci di ampio respiro. La storia alla fin fine,
diventa una detection anche per me... devo scoprire cosa succede ai
personaggi... e non sempre scopro proprio tutto. Nel lavoro con Giovanni,
si è discusso prima di idee generali, di sensazioni, poi Giovanni
ha scritto un trattamento e io l'ho disegnato. Di fatto il processo
di discussione però capita anche quando la storia è solo
mia. La racconto a un sacco di amici (fumettari o no) e vedo le reazioni.
Per il terzo episodio di Sophia ho chiesto pareri a proposito di una
scena a un mucchio di gente, poi ho fatto come ho voluto
ovvio!
E adesso tre domande rapide, (vogliamo una risposta secca!):
a. Che libro hai sul comodino
VV - Un apolide metafisico di Cioran
b. Ultimo film visto al cinema
VV - Broken Flowers di Jarmusch, ma mi è piaciuto cento volte
di più Coffe and sigarettes
c. Ultimo cd acquistato
VV - Una raccolta introvabile di Wanda Osiris, che credo avrà
un'influenza fondamentale sull'intera mia esistenza... cherì
cherì cherì cherì...
Oggi molti disegnatori si aiutano con il computer: chi aggiunge le ombre,
chi inserisce i retini, chi ci colora le tavole. Talvolta i risultati
sono sorprendenti. Vanna e il computer: siete buoni amici o ottimi nemici?
VV - Vanna il computer lo usa solo per scrivere le storie e le mail.
Mi piacerebbe imparare a usarlo anche per tutto il resto, ma è
che ho poco tempo in questo periodo e, diciamocelo, sono anche un po'
ritardata... ma a me il computer mi pare una figata... un'invenzione
eccezionale, come l'automobile... anzi di più!
Internet, la grande rete, dove trovi commenti ai tuoi albi, foto che
ti ritraggono al lavoro durante le mostre, ma soprattutto "luogo"
ideale per la documentazione: bello o brutto?
VV - internet mi fa impazzire, c'è di tutto, miliardi di posti
e di storie... quando sono dentro una storia, spesso mi metto a cercare
notizie in internet... per esempio, mentre facevo Sophia (anche adesso
in effetti!) una notte ho trovato un tipo spagnolo che aveva un sito
in cui illustrava, punto per punto, i passaggi per arrivare a una roba
rossa, lucida e molliccia molto simile all'elisir filosofale. E' stato
pazzesco. Anche quando ho fatto Aida sono andata in giro in siti della
grande guerra, italiani e stranieri, e ne ho trovato uno pieno di foto
di trincea, centinaia... è stato un viaggio terribile! Internet
è un modo e un luogo in cui fare viaggi pazzeschi, dove si trova
di tutto, dalle cose più belle a quelle più brutte
Ci puoi trovare persone scomparse, attori e cantanti di cui avevi sempre
desiderato le foto
testi di canzoni, bigrafie di gente sparita
e dimenticata
Ogni capitolo dei tuoi albi è caratterizzato da una canzone di
sottofondo. Come nasce questa combinazione? Scegli le canzoni in base
al testo e alla storia che stai sceneggiando oppure, in un certo senso,
vengono fuori "da sole", spontaneamente?
VV - Le canzoni a volte vengono da sole... altre volte le scelgo
per il testo o per la sensazione che mi danno... nel caso di Aida di
Rino Gaetano, la canzone ha influenzato anche il personaggio... a volte
le ascolto mentre sto disegnando e poi le scrivo sulla tavola... succede
anche questo...
Parliamo del mitico "Lillo", per chi non lo conoscesse è
il tuo gorilla nero di peluche, il tuo compagno di vita (oltre naturalmente
a Giovanni
.non ce ne voglia!): lo definisci "gorilla nichilista",
"punk di peluche nero" e "nume tutelare"
.come
fa un gorilla di peluche ad essere nichilista?
VV - E' nero, è muto e ha uno sguardo così basito come
pochi ne ho visti... in ogni caso Lillo è un mistero... non esprimendosi
in nessun modo è difficile capire che diavolo sia... è
inconscio...
Sappiamo da alcune fonti segretissime (seeee!) che la tua casa è
piena di statuine ed oggetti che riproducono personaggi dei fumetti
e simili. Sei collezionista?
VV - No, assolutamente no... però sono di quelli che raccolgono...
pupazzetti, pietre, foglie, carta, scarpe... sono una che accumula,
ma senza seguire dei criteri tipici del collezionista... non ho la testa
da collezionista, sono troppo distratta... subisco il fascino degli
oggetti... ma la roba che raccolgo di più in effetti sono scarpe
e sassi... direi che sono tipo quelle bestioline del sottobosco che
ficcano nelle loro tane di tutto, perché magari può tornare
utile anche in un secondo momento, così alla rinfusa
ebbene
sì, sono molto disordinata, e a differenza di quegli animaletti,
faccio raramente le pulizie di primavera.
Adesso una domandona, per darci un po' di tono! Il rapporto fumetto-lettore
in Italia oggi. Come lo vedi? Meglio o peggio di 10 anni fa? Come ti
inserisci in questo rapporto?
VV - Il rapporto è cambiato perchè sono cambiati i
lettori e soprattutto la loro quantità, dieci anni fa c'erano
ancora vecchi lettori di fumetti, gente che adesso ha smesso di comprarli
e magari legge solo quelli che ha a casa. Per vecchi intendo anche gente
che adesso ha cinquanta anni, e che quindi non è vecchia angraficamente.
Gente che ha seguito i filoni anni sessanta, settanta e ottanta e adesso
si è stufata. E poi prima erano molti di più... adesso
i lettori sono diminuiti. Forse si trattava anche di lettori più
maturi, più abituati a cose diverse, adesso mi pare che il grosso
dei lettori si orienti su canali precisi, Bonelli, Manga, Disney, o
qualsiasi altra cosa, e sia poco abituata a variazioni, poco disponibile
a cose diverse. Però non sono molto attendibile come critico,
quindi...
A parte qualche apparizione su Legs Weaver (Sergio Bonelli Editore)
fino ad ora hai pubblicato "romanzi a fumetti": albi scritti
e disegnati da te, o in collaborazione con Giovanni, che non prevedono
una serialità alla Bonelli o alla Diabolik. La serialità
per te è sempre limitata: le tue storie compaiono su "Mondo
Naif" (vengono successivamente raccolte in un unico albo) oppure
a strisce su altri magazine (vedi "La Bambina Filosofica").
Sei molto legata alle riviste. Cos'hanno di meglio, e cosa di peggio,
rispetto alle serie in stile Bonelli?
VV - Della serialità non me ne frega nulla. Se comincio a
lavorare su una cosa non penso mai che questa possa durare all'infinito.
Non è un'idea che mi appartiene. Magari capiterà che faccia,
prima o poi, una cosa di cui non so la fine... ma non illimitata come
una serie Bonelli. Credo sia un limite mio... Dall'altra, l'idea della
rivista mi piace, perchè si tratta di contatti reiterati col
lettore e con la storia... significa non consegnare il libro fatto e
finito, ma in fieri, work in progress... è un appuntamento. Come
certe telefonate con gli amici in cui si fa il punto su molti argomenti
senza però concludere del tutto il discorso.
Il tuo rapporto con il fumetto giapponese è sicuramente molto
forte. Sia perché lavori sulle pubblicazioni manga in Italia
(ad esempio segui l'editing di "One Piece"), sia perché
sei attratta dalla cultura nipponica, sia perché sotto certi
aspetti ti ispiri ad esso. Non ti abbiamo mai sentite parlare, invece,
del fumetto americano. Qualche dichiarazione?
VV - Intanto sono ignorante e non so granchè del fumetto americano
del fumetto in generale, direi! Gran parte di quello che so me lo ha
insegnato Antonio Serra, che è sempre stato un appassionato,
tanto da trasferire la passione anche agli altri. Il fumetto americano
ha in realtà influenzato moltissimo il mio lavoro grafico, parlo
di Miller (Ronin) e di Synkienwicz... ovviamente ero attratta dalle
loro impaginazioni e le ho studiate e tutt'ora le studio come faccio
con Battaglia o Crepax
mi piaceva anche quel tratto forte e graffiato.
Il fumetto americano è come i grandi narratori russi, i super
classici che bisognerebbe imparare a memoria ma che spesso si rimandano.
Oltre al fumetto ti dedichi alle illustrazioni, cosa vuoi fare da grande:
fumettaia o illustratrice?
VV - Come risponerebbe Winnie the Pooh: Tutt'e due! Non voglio rinunciare
nemmeno al design di marchi che se mi capita continuo a fare con la
mia collega Licia Casula, adesso anche con l'agenzia Navicella di Cagliari
o con chiunque capiti. Anche lavorare per la pubblicità o quant'altro...
sono lavori che ti permettono di confrontarti con realtà diverse
e più articolate, in termini di produzione, del fumetto. Il fumetto
poi è totalizzante e solitario, non fa male trovare altri lavori
diversi, e allontanarsi per un po' dalla storia e dai personaggi che
si stanno gestendo in quel momento. Si rimane più liberi, e anche
più lucidi.
Una domanda che mi hanno rivolto ad un colloquio di lavoro, ora la rivolgo
a te: cominciare un nuovo fumetto ti fa paura o ti dà la carica?
VV - Come qualsiasi nevrotico rispondo: Tutti e due!
Sappiamo che i nostri lettori non aspettano altro che questa domanda
c osa consigli ad un giovane autore/disegnatore che vuole fare i primi
passi nel mondo del fumetto?
VV - Beh, intanto di lavorare per conto loro... le nuove generazioni
mi pare abbiano spesso bisogno di uno stimolo esterno... e mi chiedo
chi possa dall'esterno imporre un lavoro che è fondamentalmente
artistico e quindi assolutamente personale. Avverto anche una sorta
di risparmio delle energie e di poca attitudine allo sforzo e alla fatica,
mentale e fisica... quindi il consiglio è quello del mio primo
editor, Roberto Ghiddi (che consiglierei a tutti i giovanotti e le giovanette
che intendono darsi al fumetto): "Bisogna togliersi il dito dal
culo e mettersi le mutande di latta...". Una signora a Lucca, sentendo
la frase in un bar, fuori dal contesto dei fumetti, sosteneva che le
mutande fossero di ghisa... ma tant'è! L'autore deve spappolarsi,
lavorare come un pazzo...
***
Biografia:
Vanna Vinci (Cagliari, 1964), dopo aver frequentato il corso di Grafica
dellIstituto Europeo di Design, ha aperto a Cagliari, nel 1987,
lo studio Mow Mow. Ha esordito nel mondo del fumetto nel 1990 su Fumo
di China, con due storie brevi del personaggio della mummia Naarik.
Sulla rivista Nova Express, della Granata Press, ha pubblicato Laltra
parte (raccolto in volume a colori nel 1993) e Doppio sogno. Per la
miniserie Mondo Naif (pubblicata in tre numeri dalla Star Comics) ha
disegnato la serie Guarda che luna, su testi di Giovanni Mattioli, raccolta
in volume nel 1998 (Kappa Edizioni).
Sempre con Mattioli, ha realizzato Una casa a Venezia per la giapponese
Kodansha, edito in Italia da Kappa Edizioni. Ancora per la Kappa, ha
pubblicato i volumi Ombre, Lillian Browne, Letà selvaggia
(su testi di Giovanni Mattioli), vincitore del Premio Romics 2001 come
miglior libro europeo, Viaggio sentimentale e Aida al confine. Dal 1998
le sue storie escono a episodi sulla rivista Mondo Naif. Ha appena concluso
Sophia, la ragazza aurea.
Ha collaborato con la Sergio Bonelli Editore disegnando tre albetti
di May allegati alla testata Legs e gli albi Gli adoratori di Osiride
e Paura negli abissi della serie regolare. Per la rivista Linus ha pubblicato
le strip de La bambina Filosofica. Per il settimanale Io Donna del Corriere
della Sera ha prodotto la storia Notturna. Come illustratrice per ragazzi
ha lavorato con lEditrice EL, Einaudi Ragazzi, Associazione Italiana
Biblioteche e Tam Tam. Collabora con le pagine della cultura de lUnità.
Nel 1999 ha vinto il premio Yellow Kid come miglior disegnatore
Per Legs Weaver:
#81 "Morte negli abissi",
#45 "Gli adoratori di Osiride",
sp.#4 "Guardie e ladri"
(allegato), sp.#3 "Il cacciatore
e la preda" (allegato), sp.#2 "La
collana della regina" (allegato).
In rete:
I
siti ufficiali di Vanna: www.vannavinci.it,
La Bambina filosofica
Casa editrice: www.kappaedizioni.it
inizio